Escritoras y Pensadoras Europeas

Sor Costanza Ciaperelli Da Prato (1410 - )

por Elena Vaccari

Acerca de Suor Costanza Ciaperelli da Prato no tenemos apenas datos biográficos y el único testimonio literario conservado es una carta consolatoria que escribió al conocido poeta Feo Belcari por la muerte de la hija, Suor Ursola, hermana de la Orden de Suor Costanza.
Según cuanto indica Manni en Historia del Decamerone di Giovanni Boccaccio (Fi, Ristori, 1742. Parte III pag. 147), la familia Ciaperelli o Cepperelli tendría su origen en el famoso Ser Ciappelletto, protagonista del primer cuento del Decamerón de Boccaccio. Piera, su nombre de nacimiento, era hija de Ser Stefano de Pietro, un comerciante de Prato que, alrededor de 1410, obtuvo de una obra de caridad la ayuda de cincuenta florines para cada hija que quisiera casarse. Debemos suponer, en este caso, que Suor Costanza habría nacido antes del 1410.
Sabemos que ya en1434 había ingresado en la Orden del Santísimo Salvador y de Santa Brígida, de regla agustiniana, en el Monasterio del Paraíso de Florencia, aunque no aparezca como monja sino como "pinzochera", es decir, una monja laica y terciaria, con un voto informal de castidad y sin estar obligada a clausura. No existe información relativa a su ordenación y tampoco a la fecha de su muerte.

Obras

Actualmente el único testimonio de la actividad literaria de Suor Costanza es justamente esta carta, que fue encontrada en el siglo XIX por el abad Domenico Moreni en el Código Riccardiano nº 2627, que antiguamente había pertenecido al Convento del Paraíso. Moreni la publicará en Florencia junto a las cartas de Feo Belcari, en 1825.

Traducciones

Podemos encontrar la traducción de la carta al inglés en Nosow, Listening and death: Song and the art of dying, in Musical Quartely, vol. 82, 1998, pp. 537-550

Bibliografía Crítica

No tenemos constancia de una bibliografía crítica contemporánea.
Después de que el CanónicoMoreni publicara la carta, varios eruditos de la época la reprodujeron en obras antológicas, aquí abajo resumidas:
- En 1828 aparece en Antologia di prose italiane, editada en Napolés por Basilio Puoti.
- En 1841 Emmanuele Rossi publica por los editores G.B. Ferrando de Génova las Lettere di Feo Belcari de Moreni en Fluorilegio femminile en el tomo III, pp. 223-27.
- En el mismo año aparece en Arrighetto, ovvero trattato contro l’avversità della fortuna di Arrigo di Settimello del erudito y editor Cesare Guasti de Prato, en las páginas 89-100.
- Posteriormente, en 1845 Ottavio Gigli publica en Salviucci, Roma, Belcari Feo, Prose edite ed inedite en las que la carta de Suor Costanza aparece en el tomo III, pp. 16-23.
- Además, en otros textos de la misma época, la carta aparece citada y a veces comentada. Así, en Bibliografia pratese compilata per un Da Prato, Cesare Guasti la indica en dos ocasiones: en la entrada de la sección bibliográfica dedicada a Suor Costanza y en otra sobre el Arrighetto. Según cuanto comenta, la carta recibió una buena critica por parte del Profesor Marc’Antonio Parenti en Memorie di religione di Modena (cuaderno 39), y en Prefazione alla Grammatica del Corticelli, (Reggio, 1826) donde se lee que la carta “è scritta veramente con tutto il candore e la freschezza di lengua possibile al miglior tempo” . En Antologia, 06, 1825, además, Mantovani elogia sus delicadas propuestas lingüísticas e indica que algunas palabras utilizadas en la carta fueron incluidas en la Quinta Edición del Vocabolario de la Accademia della Crusca.
-En Memorie di religione di morale e di letteratura en relación a la edición del Arrighetto del Guasti, hay alusiones a la carta, loada por la “incorrupta” simplicidad de la lengua usada y por haber mantenido su espontaneidad y frescura al contrario de la lengua toscana que, por aquel entonces, estaba viviendo un momento de degradación. El motivo de tanta pureza es explicado a través de una cita de Cicerón (De Oratore, III, 12, 45) en la que se afirma que las mujeres, en cuanto domisedae, conservarían mejor las antiguas formas lingüísticas al vivir alejadas de los acontecimientos de la vida, los cuales llevan irremediablemente a los hombres a corromper la primitiva pureza de la lengua.
-En Miscellanea pratese di cose inedite o rare antiche e moderne, (Tipografia Guasti, Prato, 1861) se hace alusión a la carta y en Le opere volgari a stampa dei secoli XIII-XIV ed altre a’ medesimi riferibili o falsamente assegnate, descritte dal Cavalliere Francesco Zambini (Ed. G. Romagnoli, Bologna, 1861), en la entrada Arrighetto, se ofrece la cronología de las ediciones de Lettere di Feo Belcari, en la que se indica la inclusión de la carta de Suor Costanza en la edición del Guasti.

Enlaces de interés

Texto Representativo

SUORA COSTANZIA DI STEFANO CIAPERELLI DA PRATO,
MONACA NEL MONASTERIO DI SANTA BRIGIDA,
A FEO BELCARI, DELLA MORTE DI SUORA ORSULA.

Reverendo Padre a noi carissimo.
Sappiamo, che avete inteso il nobile passaggio della vostra dolce figliuola, ed a noi cara sorella, suora Orsula. Preghiamo la vostra paternità, che come buono, ed amoroso padre, e desideroso della salute della anima sua, vi confortiate, ed abbiate pazienzia, e vogliamo, che abbiate buona, e santa speranza dell'anima sua; perocchè è già buon tempo, e massime a' miei dì, non ci morì suora, che tanta consolazione, e conforto spirituale lasciasse al Convento, quanto ha fatto ella, quantunque di buone, e sante suore da morte a vita ci sieno passate. E di questo così buono passamento non si maravigli persona, perocchè si trova scritto, che chi bene vive, bene muore. Intendiamo questo spiritualmente, e non delle morti corporali. Questa benedetta figliuola venne dal principio alla religione con buona volontà, solo per servire a Dio, e non per fuggire fatiche di mondo. E così il nostro Signore l'ha aiutata, e prosperata nella santa religione, donandole grazia di perseverare insino alla fine: ed essa s'è portata in questa santa religione, ed in nostra conversazione, non come fanciulla, ma, come donna matura, con buona discrezione, e sano ingegno. Quando si giudicò in questa infermità , chiese con grande devozione i Sacramenti, cioè, la Confessione, e la Santa Comunione, come alla vostra reverenzia fu manifesto, quando ci fu. Passati alcuni dì chiese l'Olio santo, quantunque ancora non fusse però al fine, e chiese la Indulgenzia ed assoluzione plenaria de' peccati, dicendo, che queste cose voleva, quando aveva buono sentimento, per avere consolazione di quelle belle, e sante parole. Questo non vi paia piccolo dono, che 'l suo Sposo si degnò donarle. Dipoi a due ore fece chiamare la nostra Madre Abbadessa, e dissele sua colpa, ed abbracciolla, e baciolla con grande carità, e tenerezza; simile convocò il Convento, ed a tutte disse sua colpa con molta maturità e intero sentimento. Il seguente dì richiese il Confessore, perocchè apparivano i segni mortali, e di nuovo si riconfessò bene, e diligentemente, tanto che ebbe a dire il Confessore, che li pareva lasciarla come una preziosa stella. E poco stante, che 'l Confessore fu partito, entrò in uno devoto transito, e cominciò a cantare quella laude, che dice:

Partiti, core, e vanne all'Amore;
Vanne a Iesu, che in croce si more.
Essa abbracciò la Croce, dicendo: Iesu mio con tanta tenerezza, e con tanto fervore, che tutte ci fece alienare. Venendo l'ora di Nona, era già tutta affannata. Due suore cantarono bassamente: In manus tuas, Domine, commendo spiritum meum; ed essa cantò con loro il Responsorio, ch'era cosa stupenda a vedere quel corpo attenuato in muoversi tutto, adoperare lo intelletto, la devozione, e con allegrezza in fervore cantare il meglio, che potea. Nel suo transito sempre fu allegra, con pazienzia, e con dolcezza di mente tutte le sue fatiche portò, sempre fissandosi tutta nel Crocifisso. Quando s'approssimò al fine, mi chiamò, e disse: Suora Constanzia, il demonio mi dice, che io non creda in Dio, ed io gli ho risposto, che io credo in Dio, e credo quello che tiene la Santa Madre Chiesa. Ed io indegna di lungi da' suoi meriti, le riposi per suo conforto, e dissi: Così fa', fanciulla mia, sputagli nella faccia, e fatti beffe di lui. E così raffermando le sue parole, e molti altri buoni conforti ricevuti, ella si quetò. E se io non rincresco alla vostra reverenzia, una cosa mirabile vi voglio dire. Quando venne l'ora di Compieta chiamò le suo care compagne, e pregolle le cantassino una laude, e cosi fecero; e perchè era già molto attenuata, volsono provare, se intendeva alle parole, e lasciorno una Stanza, ed essa le corresse, e rammentò loro la Stanza che avevano lasciata. E così con questi devoti canti giacendo, alle due ore, e mezzo rendè l'anima al suo celestiale Sposo, e lasciò noi in grande tenerezza, e consolazione spirituale. Ha lasciato il corpo alla terra, e l'anima è ita a godere que' beni, i quali mai non lo fieno tolti. Preghiamo Dio ci conceda grazia d'andare a quegli eterni riposi, dove per fede crediamo che ella ita sia. Le parole, che voi mi dicesti, che io le dicessi, tutte le dissi, e quella con buono sentimento, ed umiltà accettò il vostro comandamento. Molto, e grandemente avete da rallegrarvi di tale figliuola, e ringraziare Dio, che s' è degnato di ricevere in così poco tempo il vostro frutto. Preghiamo la vostra reverenzia per parte di nostra Madre Abbadessa, e di tutto il Convento, che voi vi confortiate, e come al Parlatorio vi dicemmo, non dimenticate questa casa, ma come insino a quì siete stato padre, e benefattore de' nostri occorrenti casi, così vi piaccia perseverare insino al fine. E non guardate, perchè le vostre carni non sieno vive, perocchè ad utilità dell'anime nostre è più viva, ch'ella fusse mai; perocchè in perpetuo si fa in questa casa quattro volte l'anno Uficio solenne con tutte le Messe de' Morti per le anime di tutti i parenti della famiglia di questa casa. Sicchè non vi paia avere perduta la casa per la morte corporale della vostra figliuola. Ancora vi preghiamo, che confortiate mona Angiolella, e tutta la famiglia vostra per nostra parte, e dite a mona Angiolella non si dia passione, perchè ella non potesse entrare qua dentro, quando la fanciulla morì, come arebbe voluto, perchè di questo ne seguita più beni: l'uno si è, che voi avete quel patire, che vi è di grande merito innanzi a Dio; l'altro si è, che l'anime nostre ne stanno di meglio; poichè per Dio una volta abbiamo lasciato il mondo, ed ogni tentazione carnale per non pensare più a quello, ma in tutto servire a Dio, come esso nella Regola ci comanda, e di questo dovete, padri, e madri essere lieti, et contenti, acciocchè le vostre figliuole sieno interamente religiose, e non mezze seculari. Sicchè rallegratevi, che avete mandato a vita eterna una figliuola tutta religiosa, e ringraziate Dio, che io non mi vanto, che la vostra figliuola sia stata meno visitata, ed aiutata di tutte le cose dalle serve, ed ancille di Cristo, che da voi, o per le vostre mani governata; di dì, e di notte sempre è stata veduta, aiutata, e governata, come fusse uscita del corpo delle nostra madri, e questo sa Dio, che io dico il vero. Sicchè confortatevi tutti, e ringraziate Dio, ed orate per noi.

Traducción Castellana

Sor Constanza de Stefano Ciaperelli de Prato, monja del Monasterio de Santa Brígida, a Feo Belcari, sobre la muerte de Sor Orsula.

Queridísimo Reverendo Padre:
Sabemos que estáis en conocimiento del noble viaje de vuestra dulce hija, y nuestra querida hermana, Sor Orsula. Os rogamos que como padre bueno y cariñoso y preocupado por la salud de su alma, busquéis consuelo y tengáis paciencia, y deseamos que mantengáis buena y santa la esperanza en su alma, porque ha pasado ya mucho tiempo, hasta la fecha, desde que se nos muriera una hermana que dejara en el convento tanto consuelo y paz espiritual como ha hecho ella, a pesar de que haya habido buenas y santas hermanas que ya han pasado a mejor vida. Y que nadie se maraville de esta buena muerte, porque está escrito que quien bien vive, bien muere. Entendemos esto espiritualmente, y no como muerte corporal. Desde el principio, esta bendita hija llegó a la religión con buena voluntad, sólo para servir a Dios, y no para huir de las fatigas del mundo. Así Nuestro Señor la ha ayudado, enriquecida con nuestra santa religión, otorgándole el don de perseverar hasta el final; y ella se ha mostrado en esta santa religión, y en nuestra conversación, no como muchacha sino como mujer madura, con gran discreción y sano ingenio. Cuando tuvo conciencia de la enfermedad, pidió con gran devoción los Sacramentos, es decir, la Confesión y la Santa Comunión, como fue referido en su momento a Su Merced. Pasados unos días, pidió los santos óleos, aunque no estuviera cerca del fin, así como la indulgencia y absolución plenaria de los pecados, diciendo que esto era lo que quería cuando todavía tenía buena conciencia, para así obtener consuelo de aquellas bellas y santas palabras. Que el don que su Esposo se dignó a otorgarle no os parezca pequeño. Luego, dos horas más tarde, hizo llamar a nuestra madre abadesa y le confesó sus culpas, la abrazó y la besó con caridad y gran ternura; de la misma manera, convocó a todo el convento, y a todas confesó sus pecados con mucha madurez y sinceridad. Al día siguiente llamó al confesor, porque se mostraban ya los signos mortales, y volvió nuevamente a confesarse diligentemente, tanto que el confesor afirmó haberla dejado como una reluciente estrella. Y en cuanto el confesor se hubo marchado entró en un devoto tránsito, y comenzó a cantar aquella lauda que reza: así: "Partiti, core e vanne all'Amore; vanno a Iesu, che in croce si more". Ella abrazó la cruz y dijo "Jesús mío" con tanta ternura y con tanto fervor que a todas contagió. Cerca de la hora nona se mostraba ya inquieta. Dos monjas cantaron en voz baja: In manus tuas, Domine, commendo spiritum meum; y ella las acompañó cantando el Responsorio, y era estupendo ver cómo aquel cuerpo debilitado, que no se movía, utilizaba el intelecto y la devoción y, con alegre fervor cantaba como mejor podía. En su tránsito siempre estuvo alegre, y siempre llevó todo su sufrimiento con paciencia y dulzura, siempre mirando fijamente el crucifijo. Cuando el final se aproximaba, me llamó y me dijo: "Sor Constanza, el demonio me dice que no crea en Dios, y yo le he respondido che creo en Dios y que creo en su Santa Madre Iglesia". Y yo, sin la mitad de su mérito, para confortarla le contesté: "Así se hace, hija mía, escúpele en la cara, y mófate de él". Así, reafirmándose en sus palabras y en los muchos y buenos consuelos recibidos, se sosegó. Y sin ánimo de ofender a Vuestra Merced, quiero deciros una cosa digna de admiración. Cuando llegó la hora víspera, llamó a sus queridas compañeras y les rogó que cantaran una lauda, y así hicieron; y dado que estaba ya muy desmejorada, para averiguar si entendía las palabras, se dejaron una estancia, pero ella les corrigió y les recordó la estancia que se habían olvidado. Y así con estos devotos cantos, yaciendo, a las dos horas y media devolvió el alma a su celestial Esposo y nos dejó con un sentimiento de gran ternura y consuelo espiritual. Ha dejado su cuerpo en la tierra y su alma ha ido a gozar de aquellos bienes que nunca le fueron negados. Rogamos a Dios para que nos conceda la gracia de poder alcanzar aquel eterno reposo donde en nuestra fe creemos que ella se halla. Las palabras que Usted me pidió que le transmitiera, se las dije todas y ella de buen grado y con humildad aceptó vuestro mandamiento. Debéis alegraros mucho y sobremanera de una hija así y agradecer a Dios che se haya dignado a recibir vuestro fruto tan pronto. Tanto la Madre Abadesa como todo el convento rezamos por Vuestra Merced, para que encontréis consuelo y, como os dijimos en el parlatorio, para que no os olvidéis de esta casa ya que, tal como hasta ahora habéis sido padre y benefactor de nuestras necesidades, así os plazca continuar siéndolo hasta el final. Y no creáis que vuestra carne no sigue viva, pues por el beneficio de nuestras almas está más viva que nunca ya que, perpetuamente, en esta casa se hace cuatro veces al año el Oficio solemne con todas las misas de difuntos por las almas de todos los familiares de esta casa. Así que no penséis haber perdido esta casa por la muerte física de vuestra hija. De nuevo os rogamos que consoléis de nuestra parte a Doña Angiolella y a toda vuestra familia y que digáis a Doña Angiolella que no se atormente por no haber podido entrar en el convento cuando la hija murió, como habría querido, porque a ello sucederán muchos beneficios: uno, es ese gran sufrimiento de gran mérito ante los ojos de Dios; otro es que de este modo nuestro ánimo se halla mejor, dado que ante Dios finalmente hemos dejado la tierra y todas las tentaciones carnales y no pensaremos más en ello, sino en servir plenamente a Dios, tal como ordena la Regla. Además también de esto debéis, padres y madres, sentiros felices y contentos: de que vuestras hijas sean del todo religiosas y no medio seglares. Así que alegraos, que habéis enviado a la vida eterna a una hija religiosa, y dad gracias al Señor, de algo de lo que yo no presumo: que vuestra hija no haya sido menos atendida y ayudada en todo por las servidora y siervas de Cristo de lo que lo hubierais hecho vosotros mismos, con vuestras propias manos. Permanentemente, días y noche, ha sido acompañada, ayudada y cuidada como si hubiese salido del cuerpo de nuestras madres, y esto lo sabe el Señor que digo la verdad. Así que confortaos todos, dad gracias al Señor y orad por nosotros.

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