Escritoras y Pensadoras Europeas
I+D del Ministerio de Educación y Ciencia (Duración: 3 años. Ref. HUM 2005-06658/FILO)
Investigadora Principal Dra. Mercedes Arriaga
Universidad de Sevilla
Escritoras y Pensadoras Europeas
Simona Vinci (1970 - )
- Período Literario: Vanguardia
- Lengua en la que escribe: Italiano
Nació en 1970 en Milán y es una de las autoras más jovenes que han conseguido el reconocimiento del público en Italia.
Su obra se caracteriza por la búsqueda constante en el mundo de las obsesiones y las incertezas del amor, insertas a menudo en una atmósfera inquietante.
Llega al gran público con su novela Dei bambini non si sa niente del año 1997, en la cual aparecen algunos niños que cometen un delito feroz.
En su siguiente obra, una recopilación de cuentos titulada In tutti i sensi como l'amore de 1999, aparecen ya el desencanto, la desilusión y la soledad de las personas.
Además, también tuvieron gran éxito otras de sus novelas com Brother and Sister, publicada en 2003, Come prima delle madri del 2003 y Stanza 411 del 2006.
El gran descubridor de Simona Vinci fue Carlo Lucarelli; ella misma lo admite en una entrevista aparecida en la web www.thrillermagazine.it, además de reconocer la gran deuda intelectual adquirida con su editor.
Evidentemente, Simona Vinci no es una escritora de giallo pero, dejando a un lado las características más clásicas de este género, nuestra autora utiliza muchos aspectos de este tipo de literatura, aunque los adapta a su universo personal y a sus inquietudes, sobre todo enfocadas al intenso mundo de la infancia. No podemos olvidar que el delito no es más que un espejo de los delitos colectivos, de grandes desviaciones, de miedos y tramas psicológicas profundas.
Simona Vinci expresa con gran acierto las inquietudes, los miedos y la psicología de sus personajes, emnarcándolos en un contexto oscuro, tenebroso y que provoca miedo en el lector. Así consigue hacer realidad una de sus grandes preocupaciones: "Ho paura che le mie parole non servano a niente, non cambino niente".
Simona Vinci se define a sí misma como una escritora desorganizada, en el sentido de qu eno se sienta todos los días a escribir delante de una página en blanco o de la pantalla del ordenador. Sólo escribe en los momentos en que se necesita hacerlo y esto le sucede en cualquier lugar, simplemente escribe cuando desea hacerlo. Como persona es una mujer vitalista, que se impregna de la vida y la saborea con intensidad. Esta sensación se refleja perfectamente en su obra a través del lenguaje, del paisaje, de los personajes y sus sensaciones.
En sus obras transmite siempre una realidad particular, sin aspiraciones, situaciones similares a las presentadas en las crónicas periodísticas. Suelen ser circunstancias referidas al mundo infantil y juvenil, al mundo íntimo de los niños. Los temas recurrentes en todas sus obras son el vacío, el malestar, la desesperación y la búsquedad del amor.
Obras
Dei bambini non si sa niente (1997)
Corri Matilda (1998)
Matilda city (1998)
In tutti i sensi come l'amore (1999)
Come prima delle madri (2003)
Brother and sister (2004)
Stanza 411 (2006)
Rovina (2007)
Strada Provinciale Tre (2007)
Nel bianco (2008)
Suino pesante padano (2008) nella raccolta di racconti gialli Il gusto del delitto,
Traducciones
En todos los sentidos, como en el Amor (2001)
De los niños no se sabe nada (2009)
What We Don't Know about Children (2000)
In Every Sense Like Love (2002)
A Game We Play (2000)
Matildacity (1998)
Zimmer 411 (2008)
Von den Kindern weiss man nichts (2003)
Où sont les enfants ? (2000)
After the War: A Collection of Short Fiction by Postwar Italian Women (2009)
Bibliografía Crítica
Enlaces de interés
- http://www.simonavinci.splinder.com/
- http://nicolavilla.nova100.ilsole24ore.com/2009/06/intervista-a-simona
Texto Representativo
Brother and Sister
C’è luna piena. Una luce azzurra intorno alla casa, sopra i dorsi degli animali selvatici in rapida corsa attraverso i campi, sui piloni della luce, i tralicci dell’alta tensione che scavalcano le colline con le loro gambe di ferro, i tetti rettangolari e piatti delle fabbriche a valle che scintillano acquosi come fantastiche piscine di mercurio liquido, le rotaie della ferrovia che collega i paesini di montagna e mezza montagna alla città. Un mondo azzurro e ondeggiante simile a quello dei documentari subacquei. E in fondo, proprio dritto davanti alla casa, oltre la gobba nera di una collina, il riverbero color latte di Bologna. Una cappa luminosa, quasi fosforescente. Ma nessun palazzo emerge, neanche le torri antiche, né quelle giapponesi degli uffici della Regione, niente. Solo la luce.
Mat è affacciato alla finestra. Gioca a spostare la mano avanti e indietro. A farla uscire dal quadrato luminoso che la luce elettrica disegna su un pezzo di buoi là fuori. Volta la testa di pochi gradi verso l’interno della stanza.
Dentro la stanza, ci sono poche cose. Un divano rosso, il televisore appoggiato sopra un tavolino di laminato bianco, una cassettiera di pino, una mensola con l’elenco del telefono, le pagine gialle e qualche vecchia rivista. In un angolo, quasi contro il muro, un grande vaso di cotto con un cactus altro un metro e mezzo. Dietro il cactus, una mensola sottile e sopra, una chitarra di legno chiaro.
Una volta questa stanza era piú densa. C’erano tappeti, collezioni di porcellane in una medida antica, animaletti di vetro di Murano, poi via via è sparito tutto. Troppe cose inutili, troppa polvere. Ogni oggetto è stato incartato con i fogli rosa della Gazzetta dello Sport e trasferito in solaio, dentro scatole di cartone con il marchio Despar stampigliato sui fianchi.
La mamma lavorava alla Despar. Cassiera. Grembiule giallo acido e targhetta con il nome appuntata sopra il seno sinistro.
Il grembiule è appeso all’attaccapanni a muro di fianco alla porta principale. La targhetta penzola da una parte. Rita. In verde. E sopra, Despar. In rosso.
Mat resta fermo. La testa appena girata. Non vede niente della stanza, solo lo spigolo dal davanzale. Sente latrati di cani che si avvicinano. Sono almeno in tre. Devono essere cani molto grossi. Lupi. Non è mai riuscito a vederne uno dal vero. Nella sua stanza, sul muro di fianco alla scrivania, ha appeso un poster con la fotografia di un lupo accovacciato. Una lupa, a essere precisi. È grigia e ha gli occhi gialli, il pelo argenteo bordato di nero. C’è una fierezza incredibile nel modo in cui tiene la testa sollevata e gli occhi fermi dentro l’obiettivo del fotografo. Come se sapesse benissimo di essere in posa per uno scatto destinato a fare il giro del mondo con sotto la dicitura: Mexican Grey Wolf.
Mat si sporge dalla finestra ancora un po’. Gli ululati adesso sembrano piú lontani. Gira la testa verso l’interno della stanza.
Spegni la luce.
La voce è aspra, da adolescente. Non la controlla molto bene. A volte, ha l’impressione che gli si impigli da qualche parte, tra la lingua e le tonsille, come un amo nella gola di un pesce, e si vergogna.
Spegnila tu.
Billo sta in equilibrio su un piede. La mano sporca appoggiata al muro. Sotto le unghie, ci sono mezzelune di lordo color melanzana. Debe essere plastilina. In questo momento sembra ancora piú piccolo dei suoi sei anni.
Ti ho detto di spegnere la luce, cazzo.
Billo sbuffa, allunga la mano verso la targhetta dell’interruttore, lo fa scattare.
Adesso va’ in cucina e prendimi i fiammiferi. O un accendino, se lo trovi.
Vuoi dare fuoco alla casa?
Sta’ zitto. Voglio solo accendermi una sigaretta.
La mamma dice che si fumi poi rimani basso.
La mamma.
La voce di Mat si blocca. Stride sull’ultima sillaba come un gessetto contro la lavagna.
T’ho detto di stare zitto. Va’ a prendermi un fiammifero.
