Escritoras y Pensadoras Europeas

Mariolina Venezia (1961 - )

por Celia Aramburu Sánchez

Mariolina Venezia

Nació en Matera (Basilicata) en el año 1961. Se va a Francia a los veinte años: pasó dos años en Montpellier y cuatro en París. En este período entró en contacto con la realidad francesa y se dedicó a escribir poesía: publicó tres libros de poesía en una editorial del Sur de Francia. Este tiempo que vivió en Francia fue muy importante para la autora puesto que le permitió vivir experiencias absolutamente nuevas para ella y, además, entrar en contacto con el mundo del periodismo en dos vertientes principalmente: la radio, en la que hacía investigaciones profundas sobre diferentes argumentos y también escribió en alguna revista.
Durante este período realizó dos series de documentales muy influyentes para su producción literaria posterior: Una de ellas se llamaba “Il rosso e il verde, l’Italia dall’impegno politico all’ecologia”, en la que entrevistó a numerosos brigadistas que se habían exiliado en París; la otra serie, titulada “Qui altrove dappertutto e da nessuna parte” trataba el concepto de identidad unido al del espacio y del tiempo, para ello entrevistó a diferentes grupo sociales diferenciados por su profesión (campesinos, azafatas…) en las que el tiempo y el espacio determinan la vida de los individuos.
Decide volver a Italia porque siente la necesidad de escribir en su lengua madre. En la actualidad vive en Roma, ha escrito el libro de relatos Altri Miracoli (editorial Theoria) y guiones para televisión. La novela Mille anni che sto qui publicada en 2006 ha sido traducida ya en varias lenguas y la Warner Bros ha adquirido los derechos para hacer una película. Para escribir esta novela empleó la autora seis años de trabajo, en los que intentó recavar información de la gente del pueblo, es decir, un auténtico trabajo de campo realizado en los lugares utilizados como escenario de su novela, con la intención de recuperar la tradición perdida tras la industrialización de Italia. Con este fin en la novela narra la historia de una familia de campesinos, la familia Falcone, desde que se proclama la Unità de Italia (1861) hasta el año 1989, fecha en la que cae el muro de Berlín.
La novela de Mariolina Venezia recuerda ya desde el propio título a Cien años de soledad de García Márquez y, evidentemente, también su punto de partida: las dos novelas utilizan un referente numérico para enmarcar la historia de una saga familiar, intentando reflejar la sociedad rural de esos años plasmada en la historia de una familia. En los dos casos se utiliza un estilo próximo al realismo mágico. Este estilo literario denominado “realismo mágico” ha sido muy utilizado por la gran mayoría de los más prestigiosos autores literarios de América del Sur, pero tampoco es una novedad en Italia y baste como ejemplo recordar a Massimo Bontempelli, fundador de la revista 900 en 1926 y que se sirve del mundo irreal para novelar. Ya en la primera página del primer número de 900 Bontempelli proclamaba la reconstrucción del espacio y del tiempo como la tarea más urgente del siglo XX, hecho que serviría para restaurar la imaginación y animaba a los jóvenes escritores a salir fuera de sus casas y descubrir el mundo para escribir lo que vieran en él. Esto es precisamente lo que hace la escritora Mariolina Venezia para construir su historia: como hemos dicho más arriba, establece conversaciones con personas de diferentes generaciones que todavía viven en la zona y refleja en la novela sus impresiones, a veces incluso las palabras oídas, llenas de la superstición y la magia propias de la gente del campo.


Obras

Mille anni che sto qui (2006)
Altri miracoli (2009)

Traducciones

Hace mil años que estoy aquí (2006)
Been Here a Thousand Years (2009)
Fa Mil anys Que Soc Aqui (2007)
J'ai Vécu Mille Ans (2008)

Bibliografía Crítica

Wu Ming F, Forme della scrittura autobiografia-Milleanni che sto qui. Tesi di laurea: Università della Sapienza di Roma (2009)

Enlaces de interés

Texto Representativo

Mille anni che sto qui

Capitolo primo

Erano piú o meno le tre di pomeriggio del 27 marzo 1861 quando a Grottole, in quella parte della Basilicata che si trova circa cento chilometri all’interno delle coste pugliesi, si produsse un fenomeno che restò poi proverbiale.
Sulla sua natura i grottolesi si interrogarono a lungo nelle ore successive, facendo congetture di ogni specie: per qualcuno era un miracolo, per altri stregoneria o con una sfumatura leggermente piú ortodossa tentazione del demonio, e solo per pochi, i piú istruiti, semplice manifestazione naturale.
Forse qualcosa c’entrava zí Uel u Furnaciar, ma poi, per come andarono i fatti, nessuno piú ci pensò. Certe volte, quando nell’argilla restava qualche pietruzza che non si schiacciava bene, i vasi dopo un po’ di tempo si crepavano. Ma a lui non succedeva quasi mai. Le mani di zí Uel sul tornio erano veloci e precise, i polpastrelli mezzo bruciacchiati accarezzavano con delicatezza i fianchi rotondi delle cuccume e delle brocche, come dio deve aver accarezzato quelli di Eva, il giorno della creazione. Impastava, modellava, infornava. Sfornava lucerne, pedali e cuccume. Le segnava coi cerchi concentrici che molto tempo prima servivano a far comunicare i vivi coi morti in una lingua che nessuno piú conosce. Terrecotte sottili e sonore, porose, umide, trasudanti. Cuccume che trattenevano la freschezza dell’acqua. Tanto perfette e sottili che un grido avrebbe potuto creparle.
Lo stesso giorno in cui Roma non ancora conquistata veniva designata capitale dell’Italia finalmente unita, a Grottle il primo ad accorgersi di questo fenomeno di altra natura ma non meno portentoso fu il piú piccolo di quelli della Rabbia, che si aggirava dalla parte della terra vecchia detta anche “s’rretiedd”, un serrato ammasso di strade e case dove il sole non batteva mai, con una zoccola leggata a una fune e lo stomaco che gorgogliava dalla fame.
Stava tirando la zoccola che non lo voleva seguire quando vide un liquido giallo scendere lentamente dallo stretto del Saraceno, fermarsi in una piccola pozza nel selciato sconnesso, e proseguire scalino dopo scalino, scivolando sulle pietre lisciate dagli zoccoli dei muli, infilando vicoli e vicoletti fino a tuffarsi giú dalla scarpata. All’inizio gli sembrò una pisciata di mulo, ma non aveva mai visto un mulo e nemmeno la vacca di Totonno pisciare tanto a lungo. Non poteva essere nemmeno che stessero vuotando i cantari di don Filippo Cocca, perché per quanti ospiti potesse portare il figlio che studiava all’Università di Salerno, ci sarebbe voluto un battaglione per fare tutta quella piscia. Tanta fu la curiosità che si lasciò sfuggire la zoccola e neache se ne accorse. Si avvicinò al rigagnolo e lo osservò cosí da vicino che quasi ci metteva il naso dentro. Stava continuando a scorrere. Veniva giú con una consistenza fluida e viscosa, limpido e dorato sotto i raggi del sole, facendo qualche bolla grassa e riprendendo con piú forza come se la fonte di provenienza invece di seccarsi stesse crescendo.
Rocchino alla fine ci intinse un dito, lo annusò e poi lo assaggiò. Una smorfia gli contrasse il viso, di dolore o di piacere non si capiva.
A quell’ora nel paese c’erano solo donne, bambini, storpi e matti. Gli uomini validi non erano ancora tornati dalle campagne. Rocchino si mise a leccare di faccia nella pozzanghera immergendosi tutto, ungendosi i piedi, le mani, la coccia pelata, e finendo col rotolarcisi dentro come un maiale nella merda. Era olio, olio d’oliva!
Un suono di campane gli rimbombò nelle orecchie, sentì la vita che gli scorreva dentro grassa e untuosa e la morte secca che si allontanava. Quelli della Rabbia, diceva qualcuno, si erano mangiati un figlio appena nato arrostito alla brace, un inverno di carestia. Un odore stuzzicante, indimenticabile, aveva invaso il paese per giorni.
Mentre Rocchino grugniva di piacere e quasi soffocava di ingordigia, il secondo a cui il fenomeno apparve in tutta la sua stranezza fu Felice la Campanella, che se ne stava immovile su un sedile di pietra, sperando invano che il sole del pomeriggio gli scaldasse il cuore, quando vide la pisciata del demonio farsi strada nel fango del sentiero che portava all’orto di zí Titt.
Emerse per un attimo dal ricordo che lo teneva incatenato da piú di vent’anni, il corpo prosperoso di sua moglie trafitto da trenta coltellate.
Quando era uscito dalle Regie prigioni di Napoli aveva perso la parola, tranne le bestemmie che biascicava come Ave Maria, e gli incubi della sua anima dannata gli erano affiorati sulla pelle. Dal collo fino alla vita e sicuramente anche sul resto del corpo, comprese le mani fino alla punta delle dita e forse anche le parti intime, era tutto un agitarsi di diavoli, di cuori spaccati, di donne nude e di scritte oscene che un tempo si animavano al guizzare dei muscoli e ora sembravano volersi rintanare nella peluria ormai incanutita del torace.
Il suo mantello nero svolazzava agli angoli delle strade mentre lui si rodeva di solitudine, con le mani a corna dietro la schiena e alla cintura corni e cornetti che tintinnavano a ogni passo nel tentaivo ormai ridicolo di scongiurare la malasorte. Solo i bambini lo seguivano per tirargli le pietre, sorprendendolo alle spalle e nascondendosi veloci dietro un muro o nell’arco di una porta.
L’olio gli sembrò bile di demonio e pensò che il Maligno fosse venuto finalmente a prenderselo. Pronunciò allora una terribile imprecazione e si preparò a seguirlo con un certo senso di sollievo.
Fu a una femmina che venne l’idea.
Cumma tar’socc’ si avventurava lungo i muri screpolati, tuffandosi nell’ombra ed emergendo guardinga al sole, avvolta in un scialle marrone sotto il quale nascondeva il pitale puzzolente che voleva svuotare in largo Sant’Andrea. A quell’ora non l’avrebbe vista nessuno perché chi non stava lavorando si era sicuramente appisolato. Lo svuotò furtiva sullo scivolo di pietra sul quale passavano le ruote del traino, davanti alla casa di sua cognata Agnese. Fu grande la sua sorpresa quando si accorse che gli stronzi galleggiavano in un lago giallo molto piú ampio di quello che avrebbe potuto produrre la sua famiglia, per quanto numerosa fosse.
Stava lí a interrogarsi sul fenomeno, sbilanciata sulla punta dei piedi, il collo allungato e teso come una gallina e il pitale appoggiato all’anca, quando il grido della cognata lacerò l’aria stagnante del primo pomeriggio facendo sollavare nuvole di mosche e risvegliando il paese inebetito: “Ca pzz scttà u’ sagn’ da n’gann”, che tu possa buttar sangue dalla gola… L’ululio prolungato dell’ “a” di “n’gann” rimbalzò contro i muri di pietra, si rifletté sinistro di strada in strada attraverso il groviglio dei vicoli e si scaricò in una pioggia di echi nei burroni della valle. Le donne vennero fuori dalle porte semiaperte pronte a gustarsi la rissa, ma ciò che videro fu molto di piú e settant’anni dopo qualcuna se ne ricordava ancora e lo raccontava ai nipoti insieme alle storie di san Pietro, del diavolo e della signora col porcello bianco che appare ai crocevia quando si perde la strada.

Imprime / Descarga / Guarda este enlace:

Imprimir Guardar del.icio Google Yahoo RSS
RSS  I+D